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Vi spiego perché ho alzato le braccia

Ecco Bugno a cuore aperto. Appena vinto il titolo: era sicuro di farcela. Però al penultimo giro aveva difeso Fondriest tenendogli a bada Indurain. M la gente che lo applaude, col cuore in gola, gli chiede il perché di quell’approdo sul filo del rischio

di Nome Cognome

STOCCARDA – Intorno a lui accadeva di tutto. I fotografi che litigavano. Le telecamere che spintonavano. I giornalisti che cercavano di rubare ogni sua parola. La moglie che voleva abbracciarlo. Quelli del protocollo che lo dirigevano sul podio. De Zan che lo chiamava. Stanga e Corti che gli facevano scudo. Il padre che se lo guardava. E poi la folla di tifosi che lo acclamava in uno sventolio di bandiere tricolori. Gianni era il centro di questo cosmo in festa, ma il suo volto non tradiva emozioni e lui sembrava non accorgersi di quanto gli stava succedendo intorno.
Neanche l’inno era riuscito ad intaccare quel viso. E lui stesso ammetteva che le emozioni preferisce tenersele dentro. Sono un patrimonio che appartiene a lui. Ed a lui soltanto. E forse questo suo modo di essere è proprio la causa del grande amore che suscita nel pubblico, ma anche della tanta rabbia. Quel volto che non sembra mai fare fatica. Quegli occhi che sembrano sempre troppo tranquilli. La consapevolezza che Bugno è un campione di grandissima potenza e che troppo spesso non raccoglie quanto merita. Ecco le cause che gli procurano spesso qualche affettuosa critica.
Ed anche quel giorno, poco prima del suo grande trionfo, nel box azzurro qualcuno era pronto a tirargli le orecchie. Ma perché non si muove? – dicevano – Perché non sta più avanti?

Eppure la sua pedalata tradiva potenza, forza e salute. Gli era bastato spingere un attimo sui pedali per ritrovarsi davanti. Quando Delgado era schizzato fuori dal gruppo, gli si era portato addosso con una facilità disarmante. Lì, la gente aveva capito che Bugno c’era. E quella volata era stata strepitosa. Potente. Sicuro. Padrone. E sadico. Nel box azzurro dopo il primo urlo di trionfo era sceso il gelo. La ripresa frontale aveva dato la sensazione che Rooks potesse averlo superato. Un attimo di gelo che si dissolveva con il replay.
Quelle immagini venivano ripetute incessantemente mentre si svolgeva la premiazione. Mentre il tricolore veniva innalzato sul pennone più alto. Mentre l’inno faceva da sottofondo all’improvvisato coro dei tifosi.
Bugno. Splendido Bugno. Se solo capisse quanta forza è in grado di sprigionare. Quanto la gente gli vuole bene. Quanto si aspetta da lui sapendo di poterlo ricevere. Certa di poter avere grandissime soddisfazioni. Ma Gianni è così. Umile. Modesto. Riservato.
Un applauso l’accoglieva in sala stampa. Lui sorrideva. Raccontava le fasi della corsa. Poi iniziava la sua professione di modestia.
“Sarò un campione vero quando sarò riuscito a vincere il Tour de France. Per il momento sono solo un buon corridore che cerca di fare nella migliore maniera possibile il suo mestiere.”
Ringraziava la squadra. Tutti. “Mi dispiace che una prova di squadra così importante non valga un premio per tutti. In fondo tutti gli azzurri hanno vinto questo mondiale, eppure la maglia iridata spetta solo a me. Sarebbe giusto che anche gli altri avessero un riconoscimento: lo hanno meritato alla grande.”
Sorride quando gli dicono che quelle braccia alzate anzitempo potevano costargli caro: “Ero sicuro quando ho alzato le braccia. Avevo visto come era la situazione. Me la sentivo, ne avevo proprio voglia…”
Eppure dopo qualche giro avevo storto il naso. Non sentiva la sua condizione migliore e temeva il peggio. Era così poco convinto della sua forza che parlando con Fondriest aveva appoggiato in pieno la voglia di scattare del trentino, promettendogli che lo avrebbe coperto. “Ero molto controllato. La mia ruota era affollatissima. Ed avevo fatto fatica a carburare. Il percorso era duro, adatto ad una corsa importante.” Ma confessa anche che quando ha visto Indurain sulla ruota ha tratto un sospiro di sollievo. “Sì, perché conosco bene Indurain e so che è uno che lavora quando è in fuga. Il rischio nostro era che nessuno avesse voglia di favorire l’altro.”

Confessa però che ha sentito presto la vittoria addosso. Si lascia addirittura andare affermando: “Avrei dovuto forare nell’ultimo chilometro per non vincere oggi!”
E’ contento. Ed a suo modo lo dimostra. Con quel sorriso malandrino. Con la sua amabilità. Ringrazia i giornalisti. Quelli italiani in particolar modo. “Vi ringrazio – afferma – per avermi lasciato lavorare in pace nell’ultima settimana. E’ dalla fine del Tour de France che preparo questa corsa. Ho lavorato sodo per arrivare alla condizione migliore. Alla fine avevo solo bisogno di stare tranquillo. L’ho fatto andando in montagna con mia moglie. Con la mia famiglia.”
Il fantasma del Tour non vinto però aleggia nei suoi pensieri. Ogni tanto ci ritorna. “Sono soddisfatto della mia stagione. Credo debba essere giudicata in maniera positiva. Anche se non ho vinto il Tour.”
Quella maglia gialla che lui ritiene condizione indispensabile per potersi giudicare campione. Quella maglia per la quale quest’anno non è mai riuscito ad entrare in lizza, pur arrivando secondo. Pur essendo il più accreditato sfidante. Campione. Un ruolo che i suoi tifosi, ma non solo quelli, gli riconoscono già da tanto tempo. Un ruolo che forse solo lui deve convincersi di aver già recitato.
“Mi dispiace per la maglia tricolore – afferma un po’ a sorpresa – questa iridata è una maglia a cui tengo molto, ma ero affezionato anche a quella tricolore.”

E’ il momento delle dediche. Nulla di personale o di privato. Per lui quella maglia iridata non è un fatto privato. L’ha vinta con la maglia azzurra della Nazionale. Appartiene all’Italia. Ai compagni che hanno lavorato con lui per conquistarla. Ai tifosi che sono venuti fino a Stoccarda per sostenere gli azzurri. Alla gente che davanti al televisore di casa ha palpitato sperando nella vittoria di un italiano.
Eccolo qui Bugno. E’ il campione del mondo. E’ di gran lunga il dominatore della classifica Ficp che sancisce le gerarchie assolute del ciclismo. E’ riconosciuto unanimente come il corridore più potente e completo del panorama mondiale. Eppure si schernisce.
Fuori lo aspetta Martini. Lo abbraccia. Bugno ringrazia. Alfredo lo elogia. Un altro bagno di folla e poi in macchina verso l’albergo. Deciderà di lasciar partire la moglie da sola per restare con i compagni di squadra. E la sera se ne andrà a cena fuori con Bontempi, Giannelli, Ballerini, Cassani, Giovannetti. Cioè quelli che come lui erano senza moglie e fidanzata. L’indomani, a Milano, avrebbe evitato ogni festeggiamento per ritirarsi con la sua famiglia in montagna. Bugno è fatto così. Ma è un campione. E da lui ci si aspetta ora quella maglia gialla.

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