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Quando il computer finalmente dà l’okay Francesco riparte e questa volta sfonda il muro dei 51

Approda esausto alla fine dell’impresa e lamenta una doppia ferita intorno all’inguine

Didascalia

di Nome Cognome

Questa volta Moser arriva in pista alle otto. I medici del clan hanno deciso di aspettare che la temperatura raggiunga i 21 gradi. Visto che il primato dell’ora è stato già conquistato, tanto vale ripetere la prova nelle condizioni ambientali migliori, quelle che il computer, oscuro padrino dell’intera operazione, richiede.
La macchina, dunque, ha detto che il rapporto ideale tra pulsazioni cardiache e resa in corsa, ai limiti della soglia anaerobica, sarà dato da una temperatura a 21 gradi e da una umidità con tasso inferiore al cinquanta per cento. Però c’è il rischio del vento e Francesco tentenna non poco tra ruote tradizionali, con raggi, e ruote lenticolari. La differenza però è lieve sicché alla fine la scelta cade sulle ruote lenticolari, un po’ per scaramanzia e un po’ per concessione cortese alla presenza del messaggio pubblicitario sulla piastra. L’Enervit lo merita.

Picchia un sole che brucia sul prato. Il computer si erge su di un piccolo altare simile a un mostro azteca, benevolo. Moser gira dalle otto alle nove, prima al rullo di Casola poi da solo. Sulle tribune i trentini, finalmente arrivati, guardano con incantato stupore il fratello in odore di santità. Benché pronti ad esplodere e già perfettamente bardati con ponchos e sombreros, non fiatano. Si sente solo il fruscio lievissimo della sagoma di Moser che taglia l’aria al passaggio al filo della pista. Sulla fascia levigata Moser già vola.
Ma il silenzio dei trentini ha una spiegazione elementare. La sera prima sono stati radunati in una sala del Prado, il loro albergo dal loro capo carismatico, Italo Garbari, e sono stati avvertiti: il primo che con un grido disturba Francesco, si consideri un uomo finito.
Il tempo passa lentamente ma si respira già prima della prova un’aria euforica e lieta. Il computer e Francesco hanno trasmesso agli addetti un senso di sicurezza non piccolo. Ecco perché in precedenza, nei mesi d’avvicinamento al primato, Moser era così tranquillo e sicuro, già in possesso d’una sicurezza totale.
Il vento spira lentamente, è lieve e sembra amico alle dieci. La giornata è ideale, anche la temperatura sale parecchio ma solo intorno alle undici è accettata dal computer che per bocca degli scienziati che lo governano scandisce per Francesco il comando fatale: che vada.
A tre minuti dalle undici Moser è sui pedali col body questa volta estivo: braccia e gambe sono scoperte. I minuti dell’attesa sono rapidi e risaputi. Il commissario afferra il sellino con presa solenne e lo starter celebra in quel breve frangete un attimo importante della sua vita feriale.

Va por la ora, va por la ora, grida di nuovo la voce. I trentini scattano in piedi quasi scandissero, con le pedalate di Moser, le note dell’inno di Mameli. E’ festa grossa ancorché testimoniata da un silenzio di tomba. Lo spettacolo vero fantascientifico, innaturale, non è quello di un uomo che a quattro giorni da un primato mondiale si tuffa nella ripetizione del tentativo ma dei trentini, che guardano con gli occhi pieni di lacrime e la bocca piena di grida ma rigorosamente cucita, ahimè.
Moser parte forte. Più forte del previsto e del calcolato. Spinge un dente in più (57×15) pari ad uno sviluppo di 8 metri e 17 centimetri.
La sua bicicletta pesa 7 chili e mezzo. E’ cromata ma sui tubi Fucacci ha spruzzato uno strato lievissimo di silicone per renderla più liscia nella penetrazione. La ruota posteriore ha un diametro di 69,3 centimetri (contro i 67 normali) e quella anteriore di 62. La moltiplica, questa volta, è anch’essa lenticolare e le gomme, Vittoria, dello spessore di 17 millimetri (contro i 22 normali) sono sottilissimi tubicini con carcassa in filo di seta. Hanno il battistrada liscio ma la mescola è tale che l’aderenza è perfetta.
La bicicletta è lunga un metro e 65 centimetri e alta 1,05. Sul trespolo in una linea perfetta per potenza ed eleganza, pedala un campione tra i più grandi che il ciclismo italiano abbia mai avuto. Sventola sullo stadio assolato di Messico il grande coraggio e la generosità di Francesco.
Primato del mondo ai cinque chilometri. Moser batte Moser.
Primato del mondo ai venti chilometri. Moser ribatte Moser.
Primato dell’ora alla fine col tempo fantascientifico di chilometri 51,151. Nel giro di quattro giorni Moser batte sette primati del mondo e frantuma per due volte il record dell’ora.

Ma questa volta il prezzo è stato salato. I trentini irrompono sulla pista finalmente liberati della crudele consegna e lo alzano sulle spalle sentendolo subito stremato e in debito d’ossigeno. Moser ha avuto una lieve flessione sulla tabella di marcia dalla metà in avanti ed ha continuato solo per una spaventosa forza di volontà. Il vento, in certi momenti superiore ai 3 metri al secondo, lo ha disturbato non poco nell’avanzamento. Ma è felice anche se con uno sguardo d’orrore risponde alla domanda d’un cronista che incautamente gli chiede se intende, in futuro, ritentare.
Scende e rientra rapidamente nel pieno controllo di sé rivelando però un acuto dolore alla soprassella. Si è prodotto un’altra ferita e questa volta il male è palese. Lo sfregamento gli ha praticamente provocato una sorta di spellamento che gli vieterà per un paio di giorni la bicicletta. Merckx aveva dichiarato, a suo tempo, che per cinque giorni aveva avuto la nausea del sellino provando conati di vomito soltanto a vederlo.
Il tocco di mezzogiorno segnala la nuova grande impresa di Francesco al quale giungono telegrammi da tutto il mondo. Con un messaggio pieno di passionale ammirazione anche il presidente francese Mitterrand gli scrive: caro Francesco…
La ripresa è immediata. Mangia svogliatamente un piatto di cappelletti in brodo, si sottopone ai massaggi di Gamberini, poi raggiunge la televisione messicana ed entra in contatto col “processo del lunedì”. In Messico è il primo pomeriggio. In Italia è già notte.
Quindi raggiunge i giornalisti nel loro albergo in Chapultepec. Due ore di conversazione su tutto e qui vien fuori per intero l’intelligenza e il carattere del campione.

Vorrebbe correre il Giro d’Italia preparandolo come l’ora. Ma chissà se la Gis capirà che in tal caso dopo la Sanremo dovrebbe solo preparare la corsa della maglia rosa. Vorrebbe segnalare ai giovani l’importanza della preparazione e dell’alimentazione al posto delle medicine e giura che in tre mesi di lavoro per il record non è stato sottoposto ad una puntura che è una. Poi torna da Torriani e dice che i patron del Giro dovrebbe disegnargli un tracciato “da cristiano” senza inutili stramberie con arrivi in salita e abbuoni da mezzo minuto. Se il Giro fosse normale lui garantirebbe ancora spettacolo e sotto questo aspetto nessuno dubita. Anzi aggiunge Conconi che dopo il Giro sarebbe possibile preparare per l’anno venturo un grande Tour de France per Francesco.
Trentaquattro anni d’età – egli dice – sono perfetti per un campione d’uno sport basato sulla resistenza e sul fondo.
Moser, naturalmente, è d’accordo e sorride quando gli chiedono se qualcuno potrebbe battere in tempi brevi il suo record, sorride per dire che ci vorrà tanta tenacia nel lavoro di preparazione ma subito aggiunte che Hinault potrebbe, per potenza.
Ormai solo un campione di grande potenza può battere il primato dell’ora perché il grande rapporto è una necessità rigorosa. Moser ha pedalato ad un ritmo di 104 colpi al minuto. Difficile far frullare le gambe di più.

Ma non so se Hinault avrà voglia di soffrire così tanto.

E Saronni? – gli chiede un malizioso giornalista. – Lo vedi sul record dell’ora?
La domanda è una provocazione che Francesco non raccoglie. Con volto serio è molto pensoso risponde che Saronni, probabilmente, è troppo leggero per una impresa del genere e poi parte.
Lascia il Messico. Va dal fratello, sacerdote a Toronto, e quindi rientra per una visita fugace ai paesani di Palù.
Per le strade affollate della zona rosa di Città del Messico, tra botteghe di gentile artesania, mariachis, fumose bettole di tacos con tortilla, vagano dispersi e felici i trentini venuti per Francesco, altroché il Messico. I colori delle sculture azteche, de fiori di carta, dei preziosi disegni ispirati alle luci fantastiche dei Caraibi, si mescolano con quell’immagine perfetta di potenza e di stile, scolpita sull’anello assolato del Deportivo alle undici meno tre d’un irripetibile giorno di grandiosa felicità.

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