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Piangiamo il campione delle “brave persone”

In un caldo pomeriggio di metà agosto arriva dalla Sicilia una notizia che ha la forza brutale di una coltellata. E’ morto Felice Gimondi. Tanti momenti di una splendida avventura che ha coinvolto milioni di persone si disperdono nelle ombre della sera ma restano nel cuore di coloro che hanno amato il campione bergamasco

Didascalia foto

di Nome Cognome

Era notte, ormai. Nell’albergo che ospitava la squadra italiana alla periferia di Colonia, città dalla quale sarebbe partito il Tour de France, s’avvertiva la presenza dei corridori. Intorno a loro alberga sempre un piccolo mondo pieno di cose da fare. I meccanici coi loro trespoli, le biciclette, i massaggiatori, gli addetti intorno al tecnico che corre in su e in giù e sembra sempre assillato da mille cose da fare e spesso anche noi giornalisti partecipi dell’avventura e consapevoli dell’intensità della tensione in quei momenti.

Non era Felice Gimondi il favorito perché il capitano della formazione italiana era Vittorio Adorni il quale aveva appena vinto il Giro d’Italia. E da parte francese il grande favorito era Poulidor. Ma Gimondi era arrivato terzo al Giro e tanto bastava per consentirgli un ruolo di grande rispetto. Anche se non era prevista la sua partecipazione al Tour. Aveva poco più di 22 anni.
Nella taverna detta Bella Napoli si respirava un’aria calda e losca in quella sera piuttosto fredda. S’accostò al nostro tavolo il tecnico azzurro dei dilettanti, il quale l’anno prima aveva portato Gimondi alla vittoria dell’Avenir e senza mezzi termini disse che Gimondi avrebbe potuto vincere il Tour.
Rimedio era parecchio innamorato di questo ragazzo che quando ti vedeva ti salutava togliendosi il berrettino bianco dalla testa.

Dopo tre giorni di corsa Gimondi veste la maglia gialla.
Ha vinto una volata lunghissima stroncando Darrigade che delle volate era il re in Europa. E non era affatto intimidito dal ruolo che la maglia gli imponeva.
Il Tour, partito da Colonia, scendeva verso il Sud della Francia per affrontare prima i Pirenei poi le Alpi passando anche sulla gobba del monte Ventoux.
Il cammino era lungo. Il giorno di riposo i corridori lo avrebbero passato a Barcellona. Il caldo era soffocante.
In albergo non c’era aria condizionata. Nella camera di Gimondi, Ronchini sdraiato pancia in sotto sul letto attiguo, penzolava le braccia da una parte e dall’altra immergendo le mani in due catinelle d’acqua fredda per trovare sollievo. Felice rideva.

Si va verso Biarritz, la strada è popolata di chioschi che annunciano cibi popolari della vicina Spagna. Verso il confine spopolano le immagini dei tori, le corride sono già praticate anche nei borghi francesi che si avvicinano al confine. Gimondi ha perso la maglia gialla.
L’ha persa per colpa di un belga passista molto forte ma in poco tempo la riconquisterà. E qui accade un fattaccio.
Adorni colpito da una brusca dissenteria dovuta probabilmente a cibo non freschissimo servito in treno durante il trasferimento, è costretto ad abbandonare e così la squadra resta senza capitano. Ma è in possesso della maglia gialla.

Arriva il Ventoux e qui Poulidor sferra un attacco che non gli rende il frutto sperato. Colpa degli spagnoli che all’inizio della salita scattano a ripetizione e di Gianni Motta, rivale giurato di Gimondi, il quale gli fa compagnia. Gimondi risponde e sbaglia.
Sbaglia perché non è scattista e paga subito il conto andando in acido lattico. Però un urlo di Pezzi lo richiama alla realtà sicché si rimette sul suo passo potente e sale senza la preoccupazione di dover raggiungere Poulidor.

Poulidor vince ma non toglie la maglia a Gimondi. I francesi esultano convinti che questo sia il primo degli assalti decisivi del loro campione. Gimondi tace.

Arriva la crono in salita del monte Revard e Gimondi se la cava da campione anche se i tifosi di Poulidor gli hanno messo alle calcagna un cane rabbioso che gli abbaia contro correndogli al fianco. Niente.
Gimondi difende la maglia gialla preparandosi al trionfo di Parigi ed è a Parigi ch’egli celebra il suo successo vincendo la crono che si conclude al Parco dei Principi. E’ fatta, aveva ragione il tecnico dei dilettanti Elio Rimedio, a 23 anni ancora da compiere, Gimondi è il nuovo campione del ciclismo italiano.-

Per la combattività dimostrata in corsa, gli regalano una bellissima Mercedes nuova. Con quella Mercedes inizierà subito il suo giro dei circuiti portando a casa un bel gruzzolo e ospitando a turno i gregari tra i quali anche Pambianco che aveva vinto un Giro d’Italia.
Alla festa conclusiva arriveranno dall’Italia i sette fratelli Salvarani titolari dell’azienda che sponsorizza la squadra e con loro c’è anche Vittorio Adorni, rimesso in salute e felice di brindare al corridore che al Giro era stato il suo gregario. La sera la passiamo al Moulin Rouge.
Il titolare è di origine italiana sicché ordina che tutte le luci sino del colore della maglia gialla, cioè gialle, e così anche i succinti costumi delle ballerine.

Questa è una delle infinite storie create da Gimondi sulle strade di tutto il mondo. Sono storie che oggi ancora campeggiano sui taccuini dei cronisti che hanno avuto la ventura di spartire col campione la loro vita e che oggi ne piangono la scomparsa.

La notizia della morte di Gimondi giunge come una coltellata ed alza nel dolore le icone di splendidi momenti di vita vissuta nella grande avventura d’un viaggio che sembrava, in quei tempi, una felice concessione della fortuna.
Gimondi corre la Roubaix e la vince rifilando quattro minuti al secondo arrivato. E’ andato in fuga a 40 chilometri dalla conclusione ed ha guadagnato un minuto ogni dieci chilometri.
Corre la settimana dopo la Parigi-Bruxelles e la vince.
Corre da grande protagonista il Giro d’Italia e per tre volte conquista la maglia rosa e la porta via.
Corre la Vuelta e la vince.
Domina per due volte il Giro di Lombardia e poi diventa campione del mondo.
Corre la Milano-Sanremo e la vince indossando la maglia iridata. Fausto Coppi è morto cinque anni prima della vittoria di Gimondi al Tour. La gente vede in Felice il nuovo idolo ed è pronta ad abbracciarlo.
La popolarità di Gimondi non ha confini.

E adesso tutto è finito. Gimondi non c’è più. E’ andato via in silenzio in un caldo pomeriggio di agosto nel mare della Sicilia.
Lui che era uomo di montagna e di coraggio nella fatica.
E’ volato via aggrappato al manubrio della sua bicicletta ideale lasciandoci un piccolo ma prezioso capitale di pensieri dettati dalla sua dimensione di galantuomo nella vita.
Sarebbe felice se sapesse che ricordandolo diciamo tra le lacrime che abbiamo perso un amico che era soprattutto il campione delle “brave persone”.

Nome Cognome

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