Skip to content

Mi date un passaggio? Oh, Ballero come no…

Finita la Roubaix via alla svelta verso l’aeroporto di Bruxelles. In macchina con Bicisport. E così, nella fantastica sera della grande vittoria sul pavé, nasce la più profonda, lieta delle interviste. A bordo della nostra vettura anche Saronni. Al volante il fotoreporter

Didascalia testo finto

di Nome Cognome

ROUBAIX – Ho vinto la Roubaix, torno a casa. No, aspetta, devi andare all’intervista. Complimenti, Franco. I giornalisti ti vogliono. Fai almeno una doccia, hai tutta la polvere addosso. Dove ho messo la cintura? Alle sette e mezza c’è l’aereo, sbrigati. Prendo io le tue valigie? Leblanc ti vuole sul palco per la premiazione. Andiamo, è tardi…
Volevamo rimanere soli con Ballerini, impossibile. Il vero inferno si è scatenato dopo la vittoria, tra le spinte dei giornalisti, le gomitate dei fotografi, il protocollo, le strette di mano e il motore dell’auto di Crespi già acceso per fare prima. Se davvero c’è da arrivare a Bruxelles per le sette e mezza, di tempo per parlare ce ne è poco, troppo poco. Una doccia veloce per togliere la polvere di dosso e due battute strappate a mezza bocca: è ancora troppo poco. E allora l’idea.

Vieni in macchina con noi, ti ci portiamo noi all’aeroporto.

Basta che mi fate prendere l’aereo: vengo dove volete.

Proviamo: da qui c’è tutta autostrada.

Va bene, andiamo. Può venire anche Saronni?

Perché no, c’è posto per tutti…
Inizia così il ritorno a casa di Ballerini, vincitore della Roubaix, finalmente. L’autostrada è libera e veloce. Franco è seduto davanti, Saronni è dietro accanto al taccuino che si riempie di battute con il passare dei chilometri. Parliamo in continuazione, ma nei pochi momenti di silenzio i suoi occhi corrono oltre il parabrezza, si illuminano e portano il sorriso sul volto. Ho vinto la Roubaix, vi rendete conto? Capo, si rivolge a Saronni, ho vinto la Roubaix, ci pensi?

Da quando lo chiami capo?

Dagli anni nella Malvor, lì era il capo. E poi è rimasto sempre “il capo”. Scusa, ma… che corsa si è vinto oggi?

La Roubaix. E’ la Roubaix, vero?

E’ un giorno… è il più bel giorno della mia vita. Due anni fa, che botta! Stentavo a raccapezzarmi. Perdere una Roubaix per otto centimetri è dura da mandare giù, vero capo? La delusione che avevo provato era stata enorme, ma oggi l’ho cancellata.

Allora te ne rendi conto…

No, proprio no. Non ho avuto il tempo di pensare. Forse domani, leggendo i giornali… madonna, capo, ho vinto la Roubaix!
La strada corre via dal finestrino, mentre la luce si fa sempre più lattiginosa. Erano pochi a pronosticarlo tra i primi, soprattutto dopo la caduta. E già le prime voci si sono levate a mettere in dubbio la lussazione dei giorni scorsi. Noi c’eravamo, abbiamo visto. Se di recitazione si è trattato, complimenti: è stata da oscar. Ma a questo punto che senso avrebbe star qui a parlare? Preferiamo fidarci dell’uomo e delle sue smorfie.

E se diranno che la storia della spalla era una balla?

Voi c’eravate, era tutta una balla? Ho alzato le braccia d’istinto all’arrivo, ma ho avuto una fitta… altro che finta. Però in corsa non l’ho sentita tanto, è vero. Solo durante i primi chilometri, perché c’erano dei tratti vallonati che costringevano ad alzarsi spesso sui pedali, ma ho stretto i denti e ho pensato: chi se ne frega…

La prima emozione?

Quando ho visto l’ultimo chilometro. Mamma che roba…

La più forte?

L’entrata nel velodromo. Se ci entri in due è tutta un’altra cosa, da solo vedi la gente, riconosci le persone. Passi sotto la tribuna dei giornalisti e pensi che stanno parlando di te. E poi tutto il pubblico che urla il tuo nome…

Quale la prima faccia che hai riconosciuto all’entrata del velodromo?

Il dottore, non avrei potuto non vederlo: era dietro le transenne, ma con le braccia arrivava in mezzo alla strada… Poi Cavalcanti, il massaggiatore, e i fotografi a bordo pista. Li vedevo ma non sentivo niente.
I camion si rincorrono lenti. Franco si è distratto per un attimo, inseguendo chissà quali pensieri. Mancano pochi chilometri alla frontiera, bisognerà allacciare le cinture? Ma no, ché tanto non controllano mai…

Sai, anche io non ero ottimista. Ed è bello proprio perché non me lo aspettavo.

Rimaneva soltanto la speranza?

O almeno poche certezze. Una caduta così ti deconcentra e perdi fiducia in te stesso. Prima sapevi di avere una buona condizione, ma ora è tutto in dubbio. In queste corse serve la massima concentrazione.

Allora?

Allora dici: «Dò il massimo e vada come deve andare». Ti prendi le tue responsabilità, ma parti con meno pressioni addosso, capisci? Forse la caduta mi ha fatto correre bene… Capo, porca miseria, ho vinto la Roubaix.

Eri nervoso stamattina?

No, anzi. Ho dormito benissimo e mi sono svegliato con una fame bestiale. Sarò malato? Mica è normale svegliarsi con quella fame…

Sai com’è il detto, no? Vuol dire che stai bene.

Be’, allora io sto sempre bene. Ma al via ci sono arrivato tranquillo.

Sicuro?

Be’, sì… prima di queste corse c’è sempre un po’ di nervosismo. Poi sono partito senza nessuna protezione alla spalla: il tutore mi faceva sudare troppo e respirare male. Abbiamo provato a fare un tape con il nastro, ma mi limitava nei movimenti.

Col braccio al collo come Magni, pensa che impresa…

Si parlava di Magni proprio ieri sera. Qualcuno, non ricordo chi, ha detto che se avessi vinto sarei stato come Magni.

E tu?

E io gli ho risposto che Magni era Magni ed io soltanto Ballerini.

Poi la partenza…

Sì, ma la corsa era controllatissima: lo sparpaglìo c’è stato solo nel finale. L’unica emozione all’imbocco del primo tratto in pavé, per la paura di sentire che la spalla avrebbe ceduto.

Invece?

Invece teneva bene e allora ho continuato senza pensarci più. Poi siamo arrivati all’Arenberg, che di solito dà la svolta alla corsa. Abbiamo ripreso quel gruppetto di venti, siamo andati fortissimo, abbiamo fatto selezione poi ci siamo fermati e sono rientrati praticamente tutti.

Sei scattato quando Bortolami era allo scoperto con Capiot, perché?

Perché ho capito che quello era proprio il momento che aspettavo e perché toccava a me prendere l’iniziativa. Troppi vincenti nella stessa squadra a volte possono essere un problema, ma se si parla chiaro allora i problemi non ci sono. Nessun gallo nella Mapei. Oh, è sempre necessario andare forte, altrimenti…
Porca miseria, l’autostrada è bloccata. Siamo arrivati a Gand e la colonna delle auto ferme è preoccupante. Poi il nodo si scioglie e l’ingorgo si sblocca per il sollievo di tutti: erano soltanto dei lavori in corso.

Come è nato l’attacco?

Sono partito nello stesso punto di due anni fa. C’era un pezzo di pavé abbastanza corto, poi un tratto asfaltato in cui fare distacco. Bortolami ha fatto un bel lavoro per tornare sul gruppetto di Tafi, poi gli ho chiesto di tirare a tutta prima dell’ingresso nel pavé: era l’unico modo per staccare gli altri. Hanno fatto una menata impressionante e appena sono iniziate le pietre sono partito.

Senza girarti mai?

No.

Perché?

In quel punto ero partito anche due anni fa, ma Duclos mi era venuto appresso. Stavolta ho pensato soltanto ad andare a tutta: se mi fossi girato e avessi visto qualcuno a ruota, sarei rimasto troppo male.

Da solo e sempre a tutta. Mai un momento di crisi?

C’è stato un tratto di cinque chilometri, a venti dall’arrivo, che non riuscivo ad andare avanti. Su un ponte, poi, non mi staccavo dai trentadue all’ora e ho cominciato a pensare che mi avrebbero ripreso. Poi invece il distacco ha continuato ad aumentare e mi sono tranquillizzato.

E sul pavé?

Uno spasso. Prima mi sembrava di volare e pensavo: però Franco, come sei forte… Poi mi sembrava di essere fermo e pensavo: oh, Franco, questi vengono a prenderti, forza…

Brutti scherzi della solitudine?

Eh sì, perché non avevo riscontri con gli altri. Cosa potevo sapere se andavo forte o piano? Una volta mi piantavo, una volta volavo. E poi c’era un vento contro che non mi faceva respirare.

Come tre anni fa?

Sì, quando vinse Madiot. Lui era davanti da solo e con le moto… io dietro da solo e con il vento, ma senza moto. Arrivai quinto.

E pure un gran polverone.

Se ne è mangiata tanta, è vero: avrò i bronchi intasati. Succede sempre così quando è asciutto, soprattutto quando sul pavé passano i carri dei contadini che portano terra… Sono andato in fuga soltanto per non respirarne più, cosa credi?

Quante volte hai bucato?

Una sola, per fortuna, e sul pavé significa guadagnare almeno un minuto e mezzo. Dopo tutto, l’anno scorso ne ho fatte cinque: sono in credito per altri due anni.

Sai che Duclos ha aspettato la macchina con la ruota per un minuto proprio mentre tu stavi scattando?
Uno sguardo malandrino, da furbetto. La ruota gira, non è possibile che certe cose capitino soltanto a Ballerini Franco da Montecatini. E poi quel Duclos mi ha fatto penare così tanto quella volta degli otto centimetri che…
— Certo però che quello è un corridore unico. Ha sempre l’entusiasmo di un neopro’: va a prepararsi ai Paesi Baschi e vince una tappa. Poi lo vedi sempre a denti stretti. Non c’è niente da fare: l’età ti costringe ad aumentare i carichi di lavoro per poter competere con i giovani, ma la differenza vera, quella la fa soltanto la mentalità.

Il momento in cui hai capito che la corsa stava andando in porto?

Alle porte di Roubaix. Ho riconosciuto una rotatoria in cima al viale, dopo c’era soltanto discesa. Ho pensato, ho stretto i denti, sono arrivato in cima e dopo cinque minuti ero già nel velodromo.

Certo, se ci fosse stato Gianmarco a vederti…

Maccacco Irinini, lui dice così, Gianmarco Ballerini. Ieri ho parlato con lui al telefono, non si capiva niente. Mi faceva: «Babbo, Rubé. Babbo Rubé… ». L’hanno vista in tivù. Ho provato a chiamare Sabrina, piangeva.

Quando lo porterai alle corse?

Il prossimo anno, quando sarà abbastanza grande…

Per vederti vincere di nuovo?

Sai, non è così facile arrivare al top in un giorno ben preciso. Dopo aver perso a quel modo per due anni, mi ero quasi rassegnato a non vincerla più questa corsa: se la butti via da bischero come me due anni fa, allora perdi la convinzione e la fiducia. Dove metterai la pietra?

A casa. Nella nuova casa dovrò fargli un posto speciale. Ci andrò a settembre, ancora mi stanno portando dentro la mobilia. Poi dovrò imbiancarla fuori.

Quanto ti cambierà questa vittoria?

Niente, rimarrò il solito Ballerini. Continuerò a fare questo lavoro davvero con passione. Non so cosa potrà darmi questa corsa, per ora c’è solo la soddisfazione: mia, di mia moglie e del dottor Squinzi.

Cosa ti ha detto?

Di avermi sognato mentre eravamo in fuga insieme verso Roubaix. Potevo non vincere? Era euforico.

Hai mai pensato di essere un corridore, perdonami, “sfigato”?

Be’, il pensiero ogni tanto mi ci andava. So cosa si dice in giro: bravo quel Ballerini, peccato solo che sia così sfortunato. Ma è proprio quando le cose vanno male che poi arriva la rinascita.

Ti vogliono tutti bene.

Sì, ma forse perché non vincendo mai niente non dò fastidio a nessuno. vediamo se sarà lo stesso con le vittorie. Forse mi ameranno di meno…

Non partire sarebbe stata una tragedia?

Mi sarebbe dispiaciuto molto buttare via in poche ore il lavoro di cinque mesi. L’altro giorno in ospedale mi visitavano la spalla. Lì c’era gente malata sul serio: quelle sono tragedie.

Entriamo in aeroporto. Roubaix-Bruxelles in 55 minuti: un record, ma forse è troppo tardi. Il pullman della Mapei è parcheggiato pochi metri più in là.

Mi sa tanto che l’aereo delle sette e mezza l’hai perso…

Mi sa tanto che l’aereo delle sette e mezza l’hai perso…

Sì, ma era impossibile prenderlo. Va bene lo stesso, ho vinto la Roubaix e sono prenotato anche sul volo delle nove per Milano. Meglio così, no, capo? Almeno si mangia qualcosa. Poi a Malpensa noleggio una macchina e me ne vado a casa.

All’aeroporto incontriamo anche Davide De Zan e la sua troupe, Bortolami, alcuni corridori della Mercatone Uno e della Mg-Technogym. Franco si attacca al cellulare, chiama e racconta. Gli occhi si accendono di nuovo di quella luce speciale e si abbandona in altre parole. Sempre le stesse, forse, ma ogni volta più dolci: «Io, un italiano a Roubaix, quindici anni dopo Moser. Ci pensi capo?». Una stretta di mano, ciao, ci si vede per la Liegi. Per noi c’è ancora una settimana di Nord.

Nome Cognome

Torna su