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In ammiraglia con Martinelli nel giorno dell’impresa

Tappa di Pampeago. Quella che Tonkov vince contro Pantani. Martinelli alla partenza: «Salta su». E Mariella Barbieri è a bordo. Una grande esperienza. Martino chiama Forconi: «Attento al vento». Urla Quintarelli. «Ehi, Zulle è stanco». Stanco. «Dove sono Podenzana e Garzelli? Qui, qui, qui, con Marco. Garza vai su col rapportino». Delirio della gente. Il russo non si stacca. Tonkov a tutta. Marco appesantito. E’ tardi. Sarà tutto più difficile del previsto. Il motore bolle…

Da sinistra (in senso orario), Roberto Conti, Giuseppe Martinelli, Marco Pantani e Stefano Garzelli studiano la tappa all’interno del camper della squadra.

di Mariella Barbieri

ALPE DI PAMPEAGO – Il giorno dopo la prima rosa. La macchina della Mercatone è la numero uno nell’ordine di marcia delle ammiraglie, posizione che spetta alla squadra del leader. Tutto è pronto per seguire un Pantani inaspettatamente, insolitamente vestito di rosa. A sinistra, sul portabici, la bicicletta di riserva di Pirata-Pantani, stesso lato su cui viaggia (sul sedile posteriore, stretto tra ruote e il piccolo frigo con le borracce) il meccanico Luigi Veneziani che ha preparato, soltanto per Marco, tre paia di ruote di ricambio. Al volante il direttore sportivo Giuseppe Martinelli, 46 anni, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Montreal da dilettante, nove anni tra i professionisti e da dodici direttore sportivo. Guida Marco dal ’93, da quando il romagnolo sbarcò nel mondo professionistico approdando alla Carrera di Chiappucci. Da allora non lo ha più lasciato. Lo ha seguito alla Mercatone nell’estate tempestosa del ’96, quando Marco, reduce dall’incidente nella Milano-Torino era stato scaricato da Boifava. Lo ha seguito tra incidenti («Marco è di cristallo, quando cade addio…) e trionfi, fino alla tappa esaltante di Selva di Val Gardena. «Ieri sera gli ho detto: sai che mi fa un effetto vederti con questa maglia addosso… Pantani in maglia rosa… Non è come una vittoria all’Alpe d’Huez, pensi che magari non succederà mai…».

Ore 13.40, si parte. «Martino» avverte: «Ci sarà da soffrire un po’ con la macchina, perché si scalda l’acqua del motore e bisogna tenere il riscaldamento acceso». Siamo sicuri che sarà per questo? E con la maglia rosa come la mettiamo?
«E’ venuta all’improvviso questa maglia, credevo di arrivarci per gradi. Zulle ieri ha pagato sulla Marmolada, ma mi aspetto che oggi tenga. Oggi corriamo per staccare lo svizzero, inizieremo a forzare già sulla prima salita, per vedere se è veramente in crisi o se invece ha avuto solo una giornata particolare. Domani Marco dovrà fare quello che sa fare, un bel numero in salita, ma per stare tranquilli dobbiamo arrivare alla crono di Lugano con più di tre minuti su Zulle e almeno tre su Tonkov».

Giuseppe Martinelli è stato direttore sportivo della Mercatone Uno dal 1997 al 2001.

E’ euforico Martinelli, sorpreso da questo Giro che all’improvviso sembra aver imboccato la strada giusta. E’ euforico come se lo avesse già vinto. «All’inizio del Giro io ci credevo nella vittoria del Panta, poi ho avuto un ripensamento perché ho visto che Zulle andava troppo forte. Comunque quello che ho sempre pensato da quando ho visto il tracciato è che bisognava arrivare all’ultima settimana a posto al cento per cento, non ci si poteva permettere la minima crisi».
Il gruppo pedala compatto ad andatura cicloturistica, «Martino» chiama Forconi con la ricetrasmittente: «Riccardo, attenti al vento, se qui è favorevole sulla statale sarà contrario».
«La radio mi serve per dare i distacchi, a me non piace usarla troppo, non sono nemmeno capace di gridare: alé, alé attaccate. Casomai mi servirebbe nella crono per parlare con Pantani. A Trieste s’è arrabbiato perché non gli avevo detto che stava arrivando Zulle, ma me lo sono trovato all’improvviso dietro…».
Parlare con Marco non deve essere facilissimo, in certi momenti, nemmeno per il suo direttore sportivo. «E’ un corridore molto intelligente: basta che ti guarda e capisci d’aver detto una cavolata. Quando la sera vado in camera a parlare con Marco non dico che mi scrivo le cose, ma… mi preparo, quello sì. Poi di quello che penso di dire, tolgo ciò che a Pantani non servirebbe. Perché con Marco devi entrare subito nel vivo. Lui è uno che non ha bisogno di ragionare troppo: a fine discorso ha già tratto le sue conclusioni».

Quarantacinque chilometri di gara. Calma generale. Si avvicina Velo e Martinelli scherza: «Ma che gli avete dato a tutti, la camomilla?». Dalla parte opposta si affianca con la macchina della Ros Mary Sandro Quintarelli, l’uomo con cui ha diviso l’ammiraglia della Carrera per otto anni. «Sono tutti morti – gli grida il diesse di Chiappucci che si è arpionato con una mano allo sportello della Mercatone Uno – Anche Zulle l’ho visto stanco».
Un lampo sul viso di «Martino». Mancano una decina di chilometri alla prima salita, quella di San Floriano. Forconi chiama: «Marco mi ha detto di fare un’andatura regolare. Poi ci dice lui…». «Okay, Riccardo, però non ci ingolfiamo, non arriviamo ai piedi della salita che non sono nemmeno sudati. Parla con Conti che la conosce bene perché siamo venuti a provarla. E stai vicino a Marco…».
Ed eccoli tutti schierati, in fila indiana, con il dorso rosa di Pantani che si intravede lì, nelle prime posizioni. Compare e scompare tra le sue guardie gialle.
«Non so se siamo la squadra più forte del Giro, ma sicuramente la nostra è la squadra più compatta. Nessuno ha mai pensato di entrare in una fuga, siamo venuti qui convinti di far bene per Marco e abbiamo corso esclusivamente per Marco. Sono stato categorico già dal quarto posto di Velo nel cronoprologo. Sai, un ragazzo di 24 anni, a pochi secondi dalla maglia, poteva pensare magari se mi caccio in una fughetta… Ma io glielo ho detto: oh, Velo, non pensare che sia cambiato qualcosa…».

Inizia la salita di San Floriano e Chepe subito scatta. Giannelli, che ha la televisione sull’altra ammiraglia, inizia la sua radiocronaca: «Conti e Garzelli fanno l’andatura». Ma Zulle contrattacca e i suoi si portano in testa al gruppo. La strada si restringe, pareti di roccia a strapiombo sul terreno, mentre nella valle rimbomba il frastuono degli elicotteri. Ponte Nova, sette chilometri al Gpm. «Qui si comincia» mormora tra i denti Martinelli. Il gruppo si sgretola. Si stacca Jaermann. Si stacca Forconi. «Vai su regolare» gli sussurra Martinelli, che non nasconde la delusione per aver perso uno degli uomini su cui puntava di più. Avanti c’è Konychev. Un altro sussurro: «Dimitri, aiutalo». La strada sale al 17-18 per cento. Zulle e la Festina sono sempre davanti. Manca un chilometro alla cima: la macchina arranca, l’acqua bolle, la temperatura esterna è altissima, il riscaldamento a mille. Ed ecco un altro gruppetto con Noé, Piepoli e Podenzana: «Alé, Pode». Il “vecchio” Pode non ha fiato per parlare, lo sguardo fisso in avanti. Martinelli continua a salire, vuole arrivare a vedere Marco prima dello scollinamento e finalmente ci riesce. «Va bene Marco, è bello».

In picchiata nella discesa, prima che inizi il Passo di Lavazé, Martinelli affianca Pantani e gli passa una borraccia. «Marco, guarda che Zulle non sta mica bene, fa così per farti prendere paura», gli urla a due passi dallo svizzero che gli lancia un’occhiata velenosa. Poi rallenta e commenta: «A volte, la miglior difesa è l’attacco, ma Marco ha una gamba…». Intanto Giannelli è in panne sul San Floriano. «Non ti preoccupare – lo rassicura Martinelli – a me interessano Podenzana e Garzelli e li ho qui». Giannelli è il suo braccio destro. Martinelli lo ha voluto, se lo è scelto perché conosceva bene la sua pignoleria, l’indole mite. «L’ho avuto per quattro anni nella Carrera, ed è stato il primo ad aver avuto il computer, il cardiofrequenzimetro. Io avevo bisogno di un direttore sportivo che sapesse fare le cose che io non sapevo fare. Senza Giannelli mi mancherebbe qualcosa. E quasi mi sembra di rivedere in lui il Martinelli dei primi anni alla Carrera».

Ed ecco Podenzana che si arrampica, grande, dondolante. Sta per riagganciare il suo capitano e Martinelli lo spinge con le sue urla. «Vai Pode, è importante rientrare. Pantani sta benissimo, hai capitooo». E il vecchio leone va su in apnea finché non intravede la coda del gruppetto con Pantani davanti circondato dalla Festina, da Zulle, Tonkov, Guerini. A un chilometro dal Lavazé li riprende. Ma Martinelli non gli lascia nemmeno il tempo di tirare il fiato. «Vai subito a farti vedere da Marco, stagli vicino». Podenzana raggiunge Pantani e prende la testa del gruppo che si lancia nella discesa verso Cavalese. Intanto rientrano altri corridori, tra cui Faresin, Garzelli e Secchiari. Ora il gruppetto di testa conta 21 corridori, mentre Podenzana si mette alla caccia del fuggitivo Gonzalez. Lo raggiunge a 15 chilometri dall’arrivo e Martino lancia il suo grido di guerra: «Ora non lasciare andar via nessuno, perché voglio vincere la corsa».

Giuseppe Martinelli (a destra) e Marco Pantani studiano le tappe del Giro…

La strada inizia a salire verso Pampeago, mancano otto chilometri alla fine, otto chilometri decisivi. «Zulle ha dimostrato sul San Floriano di stare bene» è costretto ad ammettere Martinelli, che continua a ripetersi: «Marco però sta bene, sta molto bene». La pendenza aumenta, Podenzana si stacca sotto gli attacchi di Bettini e Camenzind. «Bravo, bravo», lo rincuora Martinelli mentre il vecchio gregario procede con uno sforzo estremo. Sale la tensione. «Speriamo che ce la mandi buona» mormora il diesse facendosi un frettoloso segno della croce. Mancano sei chilometri. «Mamma mia, quanta sofferenza…» si lascia sfuggire Veneziani, il meccanico, che fino a quel momento non si è mai sentito. Cinque all’arrivo, si sfila Garzelli. «Garza, mettici un rapportino tranquillo e vai su tranquillo che hai fatto un numero mica da ridere. Bravo Garza ma risparmia un po’, pensiamo a domani». Quattro all’arrivo. Si aspetta lo scatto di Pantani. Eccolo, finalmente. «Pantani è partito – urla via radio Giannelli – Zulle è saltato, ma non riesce a mollare Tonkov». La folla è in delirio.
«Vai Marco, adesso la conosci» mormora a denti stretti Martinelli come se volesse mandargli un messaggio telepatico, spingerlo col pensiero, mentre supera uno Zulle sfinito. Davanti all’ammiraglia rimangono Pantani e Tonkov.
Ma basta uno sguardo e Martinelli s’incupisce. «Sono entrambi a tutta e Marco si è un po’ appesantito. Gli ultimi due chilometri e mezzo, tutti dritti, sono i più duri. E’ lì che Marco deve provare a staccare Tonkov». E il romagnolo si alza, tenta di rilanciare l’azione, ma il russo non si sgancia. L’ammiraglia supera la macchina della giuria. E’ un attimo. Pantani si volta, dà un’occhiata interrogativa al suo diesse e Martinelli senza parole, con gli occhi appuntiti come due spilli, la bocca stretta, lo spinge a partire con il gesto della mano. Ce la mette tutta Marco e prova a ripartire nel boato ma il russo è sempre lì, il traguardo è sempre più vicino.
Scende il silenzio nell’ammiraglia della Mercatone. Un Tonkov così forte chi se lo aspettava? Martinelli è quasi incredulo. Svolta a destra a 500 metri dal traguardo. Il motore va in fumo, spalanca il cofano con un gesto di stizza. Ha già capito che Marco non vincerà. Non è andata come doveva andare. E il russo così vicino, a una manciata di secondi, fa paura. C’è ancora tanto da soffrire.

Mariella Barbieri

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