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Il severo capitano nel cuore del Tour

Con questo racconto Sergio Neri prende per mano il lettore e lo invita a bordo dell’ammiraglia di Bicisport per fargli conoscere da molto vicino i sentimenti e le storie che circolano all’interno del gruppo Era il 1965, eravamo in Francia e la maglia gialla era lui, Gimondi, già popolarissimo all’estero e … avversario di Poulidor

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Eravamo sulla piazza assolata di Caen ove Gimondi sfoggiava la sua fiammante maglia gialla. L’aveva conquistata il giorno prima a Rouen dando ragione a qualcuno che alla partenza del Tour da Colonia, Germania, aveva detto che il giovanissimo esordiente avrebbe potuto vincere la corsa. Il suo capitano era Adorni e Adorni aveva appena vinto il Giro d’Italia dove Gimondi, seppure gregario, si era piazzato terzo. Ci voleva però molto ottimismo per dire che il giovane corridore italiano avrebbe potuto vincere il Tour ma chi si sbilanciò così tanto fu il responsabile tecnico dei dilettanti che l’anno prima, proprio con Gimondi, aveva vinto il Tour de l’Avenir. Quell’uomo si chiamava Elio Rimedio.Era notte fonda. Nella taverna chiamata Bella Napoli si respirava un’aria pesante ed anche molto equivoca. Ma non v’era altro rifugio in quella zona periferica della grande città tedesca ove alloggiavano molte compagini del Tour e così ci ritrovammo in quell’unico ospizio per saziare la fame, dopo il lavoro reso più pesante da una lunghissima attesa al telefono per ottenere la comunicazione col giornale in Italia.

Era sabato sera e fuori v’era un rimbombante andirivieni di ragazzi con le loro aggressive motociclette. Discutevano, gridavano, minacciavano, si picchiavano. Uno di loro manovrò un coltello e di lì a poco giunse una Volkswagen della polizia. Caricarono un pò di soggetti alterati dall’alcool e li portarono via.
«Non vi stupite di nulla – disse sorridendo il proprietario, scodellandoci un paio di pizze grondanti sugo di pomodoro e formaggio giallastro – sono storie normali del sabato sera».
Quella mattina a Caen ricordammo a Gimondi la profezia del suo vecchio maestro ma lui non ci fese caso. Il suo sguardo era attratto da un episodio che si stava realizzando sulla porta della grande chiesa gotica che sovrastava la piazza. Un suo compagno di squadra, già pronto per mettersi sui pedali, con il numero di gara sulla schiena e le gambe lucide di olio canforato, stava facendosi il segno della croce per entrare. Ed entrò, dopo aver appoggiato la bicicletta allo stipite del maestoso portone.
«Ma dove va quel pappagallo – disse Gimondi, quasi sussurrando la domanda a se stesso – dove va vestito così».

Erano tempi in cui anche il Tour, come le piccole corse, si proponeva in una veste artigianale, più vicina al cuore della gente. La carovana si formava mescolandosi con i tifosi sulla grande piazza che tra poco avrebbe dato il via alla nuova tappa della corsa. Sgomitando tra le persone che sventolavano un pezzo di carta per avere un autografo, si fece avanti una giovanissima ragazza, una biondina la quale, giunta di fronte a Gimondi, porse il pennarello al campione e poi sollevò la canottiera mostrando senza paura la nudità dei suoi seni. Era lì che voleva l’autografo sicché costrinse il giovane campione ad una operazione ch’egli fece arrossendo non poco.
Ma a Gimondi premeva sapere perchè il suo compagno di squadra era entrato in chiesa e soprattutto perchè non era ancora uscito visto che ormai trillavano i fischietti dei commissari dell’organizzazione per dire che il Tour sarebbe partito.
Niente da fare. Gimondi si mise in sella con lo sguardo rivolto verso il portone della chiesa dal quale vide finalmente sbucare il suo compagno, un tarchiato e simpatico corridore bolognese di nome Mazzacurati, Italo Mazzacurati. Ma ormai non c’era più tempo per dialogare, la bandierina del via era già stata abbassata e come al solito i corridori fiamminghi, gregari di Van Looy, s’erano scatenati pancia a terra sul filo dei cinquanta all’ora. Solo dopo un’ora di corsa, con le acque più calme lungo una strada pianeggiante e diritta, Gimondi ebbe modo di chiedere spiegazioni al compagno. Che cosa era andato a fare in chiesa, vestito da corridore?

Mazzacurati era molto soddisfatto dell’operazione da poco conclusa. Niente di studiato: l’idea gli era venuta in mente vedendo la chiesa e il portone aperto. Un invito al quale egli non seppe resistere. E allora? Gimondi vuol saperne di più, e intanto controlla con veloci colpi d’occhio che le ruote delle bici dei rivali, nel mezzo del gruppo, non arrotino le sue, condannandolo ad una caduta. E allora?
Niente. Mazzacurati era entrato con molto rispetto e si era avvicinato all’altare col proposito di recitare una preghiera dedicata al suo giovane capitano in maglia gialla. Se Gimondi avesse vinto il Tour sarebbe stata per tutti una bella spartizione del gruzzolo e Gesù sapeva di quanto c’era bisogno in famiglia di quei soldi, adesso che Mazzacurati aveva messo le mani su di un piccolo ampliamento della sua casa. Ma non finì qui la devota visita del corridore al Padreterno. Mazzacurati vide che appoggiata allo scalino dell’altare, ai piedi della statua del Redentore, v’erano alcune candele. Ne sfilò delicatamente una dal pacco e l’accese. Così gli sembrò d’aver completato il gesto in modo molto soddisfacente. Ma poi fece di più. Ne sfilò una seconda. E poi una terza. E alla fine tutto il contenuto del pacco passò dall’involucro di carta azzurrina al piedistallo di lamiera sul quale ormai brillavano una trentina di fiammelle. E fu a questo punto che giunsero all’orecchio di Mazzacurati i trilli dei fischietti dei commissari che mettevano in moto il Tour e così egli di corsa scappò dalla chiesa per mettersi come gli altri sui pedali nel mezzo del gruppo.

A Gimondi questa operazione del suo compagno non piacque per niente. Tanto è vero che scosse la testa e poi gli chiese se aveva corrisposto alla chiesa un obolo consistente.
E scosse di nuovo la testa quando Mazzacurati gli disse di no, che non aveva lasciato neppure un franco nell’apposita cassetta in quanto aveva spiegato al Signore che il prezzo di quelle candele lo avrebbe pagato, insieme ai suoi compagni, con la fatica che per tre settimane, sui Pirenei e sulle Alpi, il Tour gli avrebbe imposto.
Gimondi ribattè che difficilmente il Padreterno sarebbe stato d’accordo.
E Mazzacurati gli rispose, pedalando più forte perchè l’andatura, per via dei famosi fiamminghi, era aumentata di nuovo, che i problemi col Padreterno li avrebbe risolti lui. Quanto a Gimondi, lui doveva preoccuparsi di portare a Parigi la maglia gialla.
E Gimondi così fece.

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